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4 anni di salva bancarottieri

4 anni di salva bancarottieri

la lista di provvedimenti a favore delle banche in questa legislatura è lunga, ne contiamo almeno 17 ma sicuramente qualcuno ci è sfuggito nel fare il conteggio…

il primo, scandaloso, è il famoso decreto imu-banca d’italia dove il PD ha regalato 7,5 mld alle banche private. Per impedirci di far decadere quel decreto vergognoso la boldrini si è dovuta inventare la “ghigliottina”.

Si tratta di una serie di interventi finalizzati a velocizzare e facilitare l’escussione delle garanzie su mutui e prestiti: il pegno non possessorio, la rivisitazione del patto marciano, le modifiche alla legge fallimentare per velocizzare le aste giudiziarie, tutto per garantire una via preferenziale, anche extra giudiziale, per il recupero di beni e immobili.
Ogni elemento di questa manovra lascia intendere che per il governo la colpa dei 200 mld di crediti inesigibili (sofferenze) siano imputabili unicamente a famiglie e piccole e medie imprese, quando sappiano che non è così.
I dati dicono altro, oltre il 70% dei crediti in sofferenza riguardano importi superiori al milione di euro! Ora ditemi quale famiglia, quale PMI si impegna con una banca per importi superiori a un milione di euro?!?
La verità è che la stragrande maggioranza di quelle sofferenze è frutto di una gestione allegra se non addirittura illecita delle banche a favore di grandi capitali.
Ad oggi il valore immobiliare posto a garanzia di mutui e prestiti è pari a 365 mld di euro; se anche solo un decimo di questi crediti dovesse entrare in sofferenza, grazie alle leggi del PD, potrebbero finire sul mercato, in tempi brevissimi, 36 mld di euro! Ma vi siete chiesti quali effetti potrebbe generare sul mercato immobiliare? Noi lo abbiamo chiesto innumerevoli volte al governo ma abbiamo sempre ricevuto risposte vaghe del tipo “stai sereno”.

Con la riforma delle banche popolari, le 8 maggiori banche popolari furono obbligate a trasformarsi in spa. Il decreto imponeva il divieto del riscatto anticipato delle quote detenute dai soci delle popolari contrari alla trasformazione in spa.
Per il M5S questo si tratta di una doppia violazione della Costituzione: imporre la trasformazione in Spa senza alcuna reale motivazione e impedire a chi non è d’accordo di avere una giusta via d’uscita, come il riscatto delle quote.
Ebbene, il Consiglio di Stato a fine anno si è espresso proprio su questo secondo aspetto, bocciandolo sonoramente e rimandando la decisione ultima alla corte costituzionale, la quale molto probabilmente, si esprimerà in linea con il Consiglio di Stato, quindi contro il decreto.
Eppure Renzi andava in televisione promuovendo quel decreto dicendo “basta inciuci nelle banche”!
Infatti è recentissima la pubblicazione di intercettazioni che vedono coinvolti il presidente di Banca Intesa Giovanni Bazoli che allacciava rapporti, tesseva trame e influenzava i vertici delle della Banca per far nominare chi diceva lui nei consigli di amministrazione e di sorveglianza… ma non di Banca Intesa ma di UBI Banca! una concorrente!

Giovanni Bazoli, risulta indagato a vario titolo per reati come ostacolo all’attività di vigilanza, illecita influenza sull’assemblea, truffa, conflitto di interesse, illeciti tributari ecc ecc nell’inchiesta della Procura di Bergamo.

Il Generale della Guarda di Finanza che nel 2015 trasmetteva l’informativa alla Procura e che contestualmente suggeriva l’arresto di Bazoli Senior e figlia per evitare il reitero dei reati contestati, da poco più di un mese è stato trasferito al comando regionale Friuli Venezia Giulia di Trieste. Per il Super-finanziere che annovera nel suo curriculum indagini su MPS, Kering, Banche Venete, Sole24Ore, Sopaf, ecc, il declassamento da comandante del nucleo speciale di polizia tributaria di Roma a comandante di istanza a Trieste potrebbe suonare come un allontanamento forzato di una persona un po’ troppo scomoda.

Forse renzi voleva dire “basta” intromissioni della magistratura e delle forze dell’ordine negli “inciuci” di potere che governano il mondo bancario?

E poi venne il decreto sulle Banche di Credito Cooperativo che a detta del governo sono troppe, troppe piccole e troppo fragili per poter fronteggiare gli shock di questi ultimi 10 anni. I numeri parlano di altro, come ad esempio il fatto che le bcc sono le uniche ad avere garantito il sostegno a famiglie e imprese quando tutte le altre banche, riempitesi di titoli tossici e crediti in sofferenza, hanno letteralmente chiuso i rubinetti durante lo scoppio della crisi finanziaria del 2008.
Il decreto ancora una volta impone la trasformazione in spa o in una holding spa, pena il ritiro della licenza bancaria. Ancora una volta si vuole andare verso un accentramento del potere bancario nelle mani di pochi e quindi più facilitare il controllo dei centri economico-finanziari nelle mani della partitocrazia.

A Novembre 2015 fu emanato il decreto 4 Banche. 4 piccole banche regionali: Etruria, Ferrara, Chieti e Marche che nulla avevano in comune furono dichiarate “insolventi”, quindi “fallite” spacciando il tutto un “salvataggio”. Anche qui le verità non è quella propagandata da Renzi e dal suo manipolo di yes-man: almeno 3 delle 4 banche potevano essere salvate senza alcun intervento straordinario da parte dello Stato. Questo lo dicono i bilanci e soprattutto lo dicono le lettere e le relazioni del Fondo Interbancario di Tutela dei depositi che oltre a tutelare i conti correnti, ha nel suo statuto anche la possibilità di intervento a sostegno delle crisi bancarie. Sono innumerevoli nonché documentati i tentativi con cui il FITD ha cercato di avvisare la Banca d’Italia per spiegare che quelle quattro banche potevano essere rimesse in sesto senza buttare in mezzo alla strada 130.000 piccoli risparmiatori.

Si, perché il famoso “salvataggio” messo in atto dal governo è passato per l’azzeramento di obbligazioni subordinate ed azioni che in larga misure erano detenute da piccoli risparmiatori, pensionati ed artigiani. Secondo il Governo questo azzeramento era necessario perché lo imponeva l’Europa sulla base delle normative inserite nella direttiva BRRD tra le quali il famigerato bail-in ovvero la compartecipazione di azionisti e obbligazionisti alla risoluzione della crisi bancaria.
Peccato che quando il decreto sulle 4 banche è stato emanato il bail-in non era ancora in vigore. Preso atto della gaffe e delle sciocchezze che il pd è andato dicendo per più di 2 mesi, si sono rimangiati tutto e dalle loro bocche è sparito il termine “bail-in” soppiantato dal “burder sharing”. Non cambia nulla nella sostanza, cambia il nome ma i risparmiatori restano truffati.
Va anche ricordato che tutte le banche fatte fallire erano già state oggetto di commissariamento da parte della Banca d’Italia. L’autorità di vigilanza interviene prima che una banca diventi insolvibile e quindi ben prima di fallire, quindi avremmo dovuto notare degli effetti positivi sui numeri e sui bilanci delle banche in amministrazione controllata. Purtroppo così non è stato, le sofferenze aumentavano, gli attivi diminuivano, la raccolta stagnava e la strada per il default era tracciata. Tutti i parametri di valutazione della bontà della banca erano in declino proprio durante il commissariamento!
Ancora una volta le prove dimostrano che queste 4 banche non sono fallite, ma sono state fatte fallire, da banca d’italia prima e dal governo poi.

Quando la bolla delle “sofferenze bancarie” è ormai sulla bocca di tutti, 200 mld di sofferenze lorde e 300 mld di crediti incagliati, nel grande circo delle banche italiane fa la sua comparsa un nuovo attore: il Fondo Atlante. Iniziativa di carattere privata fortemente ma voluta e sostenuta dal governo con Padoan in prima persona che dichiarava l’indomani la sua creazione: “il fondo avrà un effetto leva di 50 miliardi”. Era l’aprile 2016.
l’8 febbraio 2017, Alessandro Penati, presidente di Quaestio a guida del Fondo Atlante dichiara:“Pensavo che potesse nasce in Italia un mercato degli Npl. Ora, dopo sei mesi, sono scettico”. Con queste parole è fallito il “sogno” della grande macchina cartolarizzatrice di crediti inesigibili, che doveva essere copiata in mezza Europa, sempre secondo il fantastico mondo di Padoan. Insomma, doveva servire per ritirare dalle banche crediti scaduti, deteriorati o inesigibili, impacchettarli, riconfezionarli sottoforma di nuovi prodotti finanziari da dare in pasto al mercato, ma dopo 9 mesi, sono stati raccolti 5 mld di euro e di questi impiegati circa 3,5 per ricapitalizzare le due banche venete e un altro mezzo miliardo per l’acquisto delle sofferenze delle 4 banche fatte fallire dal governo. Null’altro. I soldi sono finiti e le banche che hanno partecipato, non solo non hanno alcuna intenzione di rianimare un progetto nato morto, ma stanno dando il colpo di grazia a quel che ne resta: tutte stanno svalutando il valore delle partecipazioni nel Fondo. Il segnale è chiaro, Fondo Atlante è un’esperienza chiusa, alla faccia della leva da 50 mld.

E siamo arrivati all’atto finale, o meglio il più recente: il salvataggio della banca del pd: MPS.
Era il luglio 2016 quando un pool di “banche coraggiose”, promosso dal premier Renzi, annunciava ai mercati internazionali il salvataggio di MPS. Da allora non se n’è saputo più nulla fino al all’indomani della batosta referendaria del 4 dicembre, quando improvvisamente il tema MPS diventa urgente e improrogabile.
Di li a poco il neo premier Gentiloni, per mezzo del solito Padoan, avrebbe chiesto al parlamento l’autorizzazione a sforare di 20 mld il bilancio pubblico, indebitando ulteriormente il paese per far fronte alle crisi bancarie, una su tutte, quella su MPS.
Per stanziare 20 mld per le banche sono bastati pochi giorni, per tutte le altre emergenze del paese invece servono decreti su decreti, fiumi di parole, dobbiamo rispettare i vincoli europei ecc. ecc. Ne è una dimostrazione che per aggiustare l’ultima legge di bilancio, scritta per raccattare voti a destra a a sinistra, è stata bocciata dalla Commissione europea per un ammanco di 3,4 mld di euro e ora costringe il governo a trovare le necessarie coperture per non dover cadere in infrazione.
E la farsa non è finita. Il decreto salva banca del pd è stato pubblicato il 23 dicembre, giorno ideale per affrontare un tema così importante penserete, soprattutto dopo che chiunque sapeva che la situazione era insostenibile non da giorni, non da mesi, ma da ANNI! Almeno 10 anni, subito dopo il bidone Antonveneta.
Il decreto approda al Senato, ma con le feste natalizie comincia ad essere esaminato solo dal 9 gennaio. Dopo un mese approda alla Camera con numerose modifiche e il testo è ovviamente blindato: deve essere approvato entro il 21 febbraio quindi non c’è tempo, non c’è spazio per fare modifiche e per un ulteriore ritorno al Senato.
In commissione ci siamo sentiti dire da improbabili politologi: “avete voluto il bicameralismo paritario? mo so c**** vostri”, mi sono permesso una licenza poetica… hanno usato altre parole, ma il senso è lo stesso. Questi signori ancora rinnegano la sonora batosta ricevuta al referendum e ancora imputano al sistema democratico, protetto e tutelato dalla carta costituzionale e dal voto di 19 milioni di italiani, la loro incapacità a saper governare questo paese.

Ma torniamo al decreto. L’emanazione di un provvedimento sotto Natale è sembrata inopportuna non solo al M5S, la stessa BCE per mezzo del suo presidente Mario Draghi fa presente che prima di prendere iniziative in ambito bancario, la BCE dovrebbe essere interpellata con un certo anticipo per poter fare le dovute osservazioni e quindi dare modo al governo di recepirle. Insomma anche con francoforte la situazione è sempre la stessa: bacchettate e pessime figure, una dopo l’altra.

Dulcis in fundo: vi parlo di MPS. La banca più antica del mondo, nata nel 1472, è la terza banca d’Italia per volume degli attivi (prestiti, patrimonio, liquidità), che valgono 215 miliardi: diventerà la quarta con la fusione Bpm-Banco Popolare.
Oggi ha circa 47 miliardi di crediti deteriorati lordi e 27 miliardi di sofferenze lorde che deve vendere per ripulire i bilanci, secondo i dettami della Bce, riportando il capitale di vigilanza (Cet1 ratio, ovvero il rapporto tra il patrimonio buono e le attività ponderate in base alla rischiosità) ben oltre l’8% minimo richiesto dalla vigilanza Ue.
Nel 2016 ha accumulato perdite per 3,4 miliardi derivanti dalle svutazioni sulle sofferenze iscritte in bilancio. Ma il suo crac ci è costato praticamente 50 miliardi di patrimonio e 13 di ricapitalizzazioni solo negli ultimi anni.
Ora lo Stato interviene mettendoci circa 6,5 miliardi per l’ennesima ricapitalizzazione complessiva da 8,8 miliardi (le altre risorse derivano dalla conversione delle obbligazioni subordinate).

La storia recente e difficile di MPS comincia con l’acquisizione di Banca Antonveneta ceduta da Santander a Siena nel 2007 alla modica cifra di 17 mld per una banca il cui valore nominale era 9, reale forse 2. Da li è stato un susseguirsi di escamotage e trucchi contabili e finanziari volti a coprire il buco enorme lasciato dalla sciagurata avventura in terra padovana, ma il castello di carte sarebbe crollato di li a poco.
Per coprire gli ammanchi nel bilancio furono sottoscritti derivati (5 miliardi) i famosi Alexandria e Santorini, l’obiettivo era incassare subito un tesoretto per pagare un debito poi nel tempo. Questi strumenti furono camuffati, all’interno dei bilanci fino al 2015, come banali titoli di stato falsificando pesantemente i bilanci e i valori patrimoniali. Una truffa!
Nel frattempo lo Stato si apprestava a fare i suoi primi interventi di sostegno nel capitale del Monte mediante i tremonti e i monti bond. Sostanzialmente i primi per ripagare i soliti buchi della follia Antonveneta, i secondi per ripagare i primi.
I monti bond sono poi stati ripagati a spese degli azionisti con ben nove mesi d’anticipo rispetto alla scadenza, grazie ad un aumento di capitale che sarebbe stato impossibile fare 9 mesi dopo, ovvero a scadenza, visto il crollo del titolo in borsa.
Nel frattempo scoppia la bolla dei titoli deteriorati che schizzano alla cifra di 47 mld di cui 27 inesigibili. L’80% delle sofferenze riguarda crediti sopra il milione di euro e il 50% sopra i 2 mln.  Questi sono gli effetti del “capitalismo di relazione”, per dirla in maniera soft, che ha contraddistinto la gestione degli ultimi 20 anni del Monte, esattamente da quando il Partito Democratico ne ha illecitamente preso il controllo.
Negli anni si sono susseguiti altri aumenti di capitale per un totale di 15 mld. Questi aumenti non  sarebbero mai stati autorizzati se la vigilanza di Banca d’Italia e Consob avessero fatto il loro lavoro, ovvero vigilare e bloccare l’operazione Antonveneta e a catena i contratti derivati sottoscritti da Vigni e Mussari e i successivi artifici contabili di Viola e Prufumo.

Quello che rimane è una cumulo di macerie: 3,4 miliardi di perdite nel 2016, 15 mld il totale dei depositi migrati verso altre banche, 24 mld se consideriamo anche il mancato rinnovo delle obbligazioni. 50 mld di patrimonio andato in fumo.

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