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EUROPA E FISCO FAI DA TE – IL CASO APPLE

Nei giorni scorsi la Commissione Europea ha sanzionato Apple con una multa da 13 MLD di euro da versare al fisco irlandese.

A prima vista potrebbe sembrare una batosta per il gigante americano, ma tranquilli che non lo è: secondo il Financial Times, infatti, Apple vanta un tesoretto di quasi 200 MLD di euro parcheggiati nei vari paradisi fiscali abilmente mascherati al fisco americano.
La vicenda Apple è invece l’ennesima mazzata alla sempre più inconsistente Unione Europea.
L’italia dovrebbe esigere le tasse non pagate e invece, il governo italiano potrebbe averne combinata un’altra delle sue.

Di fondo resta il fatto che ogni paese dell’Unione Europea ha autonomia fiscale e questo, sommato alle agevolazioni del libero mercato in Europa permette distorsioni della concorrenza a favore di certe multinazionali.

Ecco qui un breve riepilogo dell’accaduto:

In Irlanda vige una aliquota super-agevolata sui profitti delle imprese pari al 12,5%.
Questa aliquota può essere ridotta portando in deduzione (=diminuzione dell’imponibile) le spese per ricerca e sviluppo sostenute dalla Casa madre anche al di fuori del territorio nazionale, nel caso specifico in USA.

Questo particolare regime fiscale è stato ritenuto dalla Commissione distorsivo della concorrenza nonché “aiuto di stato” in quanto in piena violazione del Trattato di Lisbona e ha imposto all’Irlanda la riscossione delle tasse non versate da Apple.

Detto ciò, potremmo dire che la questione sia chiusa: Apple paga, l’Irlanda incassa, la concorrenza è ristabilita, il libero mercato vince, tutti felici e contenti?
E invece no. Il governo irlandese ha già annunciato ricorso alla Corte di Giustizia basato su un semplice fatto: Il Trattato di Lisbona sancisce che la cosiddetta “podestà fiscale” spetta esclusivamente ai singoli Stati Membri.

E’ giusto ricordare che la ratifica del Trattato di Lisbona fu bocciata dai cittadini irlandesi con il referendum del 12 giugno 2008 ma approvata solo con un successivo referendum non prima che il governo irlandese si facesse mettere per iscritto che “nessuna disposizione del trattato di Lisbona modifica in alcun modo, per alcuno Stato membro, la portata o l’esercizio della competenza dell’Unione europea in materia di fiscalità”.
Insomma, l’Irlanda entrò nell’Unione Europa con la rassicurazione che potesse continuare a fare la sua politica fiscale nei confronti delle multinazionali.
Il Trattato di Lisbona tutela e sancisce come principio fondamentale l’Asimmetria fiscale, uno dei pilastri portanti dell’Unione Europea.

Segnatevi questo termine: ASIMMETRIA.

L’Irlanda non ha fatto altro che adottare il medesimo modello di asimmetria normativa, fiscale e societaria su cui si sono fondate le fortune del Lussemburgo di Junker (ex primo ministro e ora presidente della Commissione Europea) ma anche dell’Olanda e del Belgio.
Eppure non mi sembra di ricordare delle determinazioni di questa portata da parte dell’UE, anche nei confronti di quei paesi. Cioè, Junker poteva fare ciò che voleva, l’Irlanda invece no. Siamo evidentemente di fronte ad un nuovo caso di asimmetria: asimmetria di trattamento.
L’asimmetria è veramente il pilastro portante dell’Unione: un altro caso è quello dei Paesi dell’Est che appena messo piede in UE hanno inondato i mercati di manodopera a bassissimo costo (asimmetria del costo del lavoro)!
Se ne potrebbero contare a dozzine di casi di “asimmetria”: monetaria, industriale, linguistica, ecc..
Può un’Unione di Stati continuare ad esistere con tante diversità? Diversità sulle quali si fondano le politiche di crescita e sviluppo degli stessi Stati Membri, ovvero diversità senza le quali crollerebbe ogni Stato e con essi l’Unione intera!

Tornando al caso irlandese, secondo il commissario Vestager, la sanzione comminata ad Apple e all’Irlanda non prende di mira l’aliquota agevolata del 12,5% bensì quelle disposizioni che sono state scritte solo per Apple e che le hanno permesso di risparmiare 13 mld di euro di tasse al fisco irlandese.
Ma il governo irlandese non ci sta!
Accettare questa imposizione significa creare un precedente che può limitare tutta la politica fiscale iper-agevolata nei confronti delle multinazionali.

Oggi l’Irlanda è la porta di ingresso nel mercato europeo delle multinazionali di mezzo mondo, dove possono creare sedi centrali e società di comodo senza personale, uffici o locali, a cui intestare ogni transazione commerciale nel vecchio continente e quindi evitare di pagare le tasse sui profitti generati nei paesi membri. Accade esattamente questo ogni volta che viene acquistato un iPod, un iPhone o un Mac!

A questo punto si apre una questione non di poco conto: come rilevato dalla Commissione, le vendite dei prodotti Apple avvengono in realtà nei diversi paesi membri e non in Irlanda, quindi sulla scia della maxi multa da 13 mld, ogni singolo Stato potrebbe richiedere il pagamento delle tasse mai versate per le vendite dei prodotti targati Apple sul proprio territorio. La somma da versare in Irlanda diminuirebbe ma quella da versare in Europa si moltiplicherebbe a dismisura.

La palla passa ai singoli stati. E l’Italia?
Il fisco italiano a dicembre del 2015 è giunto ad un accordo che obbliga l’azienda al pagamento di “soli” 318 mln di euro a fronte di una possibile evasione di quasi 900 mln di euro per il periodo 2008-2013.
Sicuramente sarà una coincidenza che, un mese dopo, Tim Cook, CEO di Apple, si presenta in Italia al seguito di Renzi e annuncia la realizzazione del Centro di Sviluppo App iOS d’Europa a Napoli.
La domanda è: l’accordo firmato un anno fa costituisce un ostacolo reale al recupero di tutte le tasse non pagate in Italia da Apple? Se si, a quanto ammonta la reale evasione e il danno alle casse del Fisco?

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