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E’ arrivata la Stangata di Primavera: “La manovrina”

La manovra correttiva (decreto legge 50/2017) meglio conosciuto con il nome di “manovrina” nasconde nei suoi 67 articoli una serie di misure, prettamente fiscali, che introducono molteplici aggravi a carico dei contribuenti.

Di fatto, con questa “manovrina” viene anticipata buona parte della manovra lacrime e sangue che il governo avrebbe dovuto fare ad ottobre.

Contrariamente a quanto si pubblicizza (“meno tasse per tutti”) il governo prosegue il suo percorso finalizzato a recuperare risorse finanziarie attraverso aggravi burocratici per il settore produttivo (non bastava il nuovo spesometro trimestrale), che di fatto si traducono in aumenti indiretti dell’imposizione fiscale. Inoltre si colpiscono nuovamente i contribuenti economicamente più deboli attraverso il potenziamento degli strumenti volti al recupero coattivo dei tributi.

Vediamo in dettaglio quali sono le novità di questo decreto:

Innanzitutto va evidenziato che l’aumento dell’ IVA nel 2018 non è stato cancellato e che la presunta “sterilizzazione” delle clausole di salvaguardia IVA (Articolo 9), è solo parziale e, almeno per il primo anno, limitata all’aliquota agevolata del 10%.

Di seguito il confronto tra la clausola di salvaguardia originale (legge di Stabilità 2015) e la nuova clausola di salvaguardia.

A parte ciò, proprio sull’IVA viene prevista l’estensione dello split payment (Articolo 1) anche ai professionisti (categoria ad oggi esclusa) e a tutte le società pubbliche. Riguardo agli effetti distorsivi che ne derivano, non vengono introdotte misure correttive: si ricorda infatti che lo split payment genera una carenza di liquidità in capo alle imprese nonché l’insorgenza sistematica di crediti IVA, recuperabili solo attraverso rimborsi a lungo termine (6/7 mesi) o mediante compensazioni (spesso non capienti) con altri tributi. La vecchia clausola di salvaguardia, almeno per ora, viene solo ridotta e non eliminata, quindi a partire dal primo gennaio 2018 la stangata per i cittadini sul fronte IVA si tradurrà in un aggravio di 600 euro a famiglia (Fonte Adusbef e Federconsumatori), tutto questo per pagare le mancette elettorali di Renzi&Co.

I meccanismi di recupero appena citati non possono ritenersi sufficienti:

  1. per i rimborsi, sussistono comunque oneri e costi a carico delle imprese e connessi alla procedura di rimborso (si pensi ai limiti di accesso al rimborso diretto e alle garanzie richieste, all’apposizione dei visti di conformità sulle istanze) nonché tempi di erogazione che, sebbene ammessi in via prioritaria, si prolungano ben oltre il termine ordinatorio di 3 mesi previsto dalla legge, la stessa direttrice dell’Agenzia delle Entrate, Orlandi, ha dichiarato che in media i rimborsi vengono eseguiti in 6/7 mesi, mentre lo squilibrio finanziario in capo all’impresa si produce nel breve periodo con la necessità di dover finanziare l’IVA a debito fino alla recupero dell’IVA a credito;
  2. la compensazione, invece, non garantisce l’integrale recupero del credito IVA che può avvenire solo nei limiti di capienza degli altri debiti d’imposta, ed in ogni caso non oltre il limite annuale di 700.000 euro. In altre parole, si possono compensare tasse con altre tasse, ma una volta esaurite (incapienza) la compensazione diventa inutile.

A nostro avviso l’articolo 1 non può essere approvato senza l’introduzione almeno di alcuni correttivi:

1) evitare la formazione sistematica di crediti IVA in capo alle imprese sottoposte a tali misure, analogamente a quanto già previsto con il meccanismo del plafond di cui all’articolo 8, comma 2 D.P.R. n. 633/1972, per i soggetti considerati esportatori abituali. In pratica, l’intera filiera rivolta alla PA verrebbe esentata da IVA in quanto verrebbe tassata solo l’operazione finale in capo alla PA;

2) semplificare le procedure di rimborso e compensazione elevando gli attuali limiti di valore per l’apposizione dei visti di conformità e garanzie o eliminandoli per i contribuenti virtuosi;

3) favorire la cessione dei crediti IVA infra annuali, oggi esclusa dall’Ade;

Riguardo ai limiti di valore per l’apposizione dei “visti di conformità” sulle dichiarazioni per l’accesso alla compensazione, il decreto interviene con l’Articolo 3 diminuendo addirittura il valore da 15.000 a 5.000 euro. Si colpisce così proprio quello strumento che negli ultimi anni di crisi ha costituito un palliativo alla carenza di liquidità delle imprese, peraltro eliminando tutte le semplificazioni introdotte in materia.

L’apposizione dei visti di conformità costituisce una procedura onerosa per i contribuenti in quanto deve essere eseguita soltanto da professionisti abilitati. Le compensazioni sono aumentate significativamente negli ultimi anni soprattutto a seguito della carenza di liquidità delle imprese. Per tali motivi, il legislatore aveva introdotto negli anni passati misure di favore volte a semplificare la procedura, che ora vengono eliminate.

Questa norma non trova alcuna giustificazione soprattutto dopo che è stata introdotta la nuova disciplina dello spesometro infrannuale che già prevede un controllo preventivo sulla regolarità dei dati della dichiarazione. Inoltre se il governo avesse attuato in pieno la risoluzione votata all’unanimità in Commissione Finanze sulla trasmissione elettronica di fatture e corrispettivi, lo strumento del visto di conformità risulterebbe ulteriormente superfluo.

Se il governo volesse veramente agevolare le imprese oneste, combattere l’evasione e semplificare gli adempimenti, la soglia di 15.000 euro sarebbe stata elevata se non tolta del tutto eliminando l’inutile apposizione del visto di conformità sulle dichiarazioni.

Sempre a carico del comparto produttivo peserà, poi, la riduzione ad un anno del termine per l’esercizio della detrazione. Con l’Articolo 2 infatti si modifica il termine ultimo entro il quale il contribuente può esercitare il diritto alla detrazione dell’IVA pagata sugli acquisti, riducendolo alla dichiarazione relativa all’anno in cui il diritto alla detrazione è sorto. Attualmente, la detrazione può essere esercitata entro il termine ultimo di presentazione della dichiarazione relativa al 2° anno successivo. Allo stesso tempo, si riduce il termine entro il quale la fattura di acquisto deve essere annotata in contabilità ai fini della detrazione.

Il termine “breve” di esercizio della detrazione costituisce una norma sfavorevole ai contribuenti. Il nuovo termine, riduce sensibilmente l’arco temporale entro cui può essere fatta valere la detrazione dell’IVA assolta sull’acquisto di beni e servizi. È chiaro che il mancato esercizio della detrazione entro il nuovo termine comporta la perdita del diritto. In tal modo, si spera di recuperare risorse finanziarie dalla dimenticanza del contribuente nella gestione amministrativa aziendale.

Ancora una volta il governo gioca contro le imprese cercando di fare cassa piegando la legge a proprio vantaggio.

L’Articolo 7 va a modificare le modalità di determinazione della base ACE, con conseguenti maggiori imposte da versare per le imprese. Si prevede, infatti, che il calcolo dell’aiuto alla crescita economica debba essere determinato avendo riguardo agli incrementi patrimoniali effettuati a partire dal quinto anno precedente, e non più dal 1° gennaio 2011.

Con l’Articolo 8 non si risparmiano nemmeno i contribuenti maggiormente a rischio esecuzioni. L’esigenza di far cassa viene infatti soddisfatta con il potenziamento della riscossione, soprattutto quella forzata, con la subdola riduzione del limite di 120.000 euro per l’esecuzione immobiliare: con le nuove disposizioni, non verrà calcolato più sul singolo bene immobile ma sul complesso dei beni. Sarà così più agevole superare la soglia per procedere con l’esecuzione sui beni personali del contribuente.

Sul fronte delle tutele, invece, si amplia l’istituto della mediazione tributaria nel tentativo di scoraggiare il contribuente dal ricorrere all’autorità giudiziaria per far valere i propri diritti.  Con l’Articolo 10, si amplia il limite sopra il quale, prima di accedere al processo tributario, è necessario esperire preventivamente la mediazione tributaria per una soluzione “conciliativa”. Attualmente il limite è 20.000 euro di valore della causa (dato dall’ammontare delle imposte in contestazione). La norma lo eleva a 50.000 euro.

L’estensione dell’istituto della mediazione tributaria ha il chiaro senso di voler limitare il più possibile il ricorso al processo tributario, considerati gli effetti positivi in termini di deflazione del contenzioso che si sono avuti con la mediazione fino a 20.000 e questo aspetto potrebbe farci propendere verso la norma.

Tuttavia, va considerato che la mediazione viene oggi svolta innanzi alla medesima Agenzia delle entrate che ha emesso l’accertamento in contestazione e che pertanto lo stesso risultato della mediazione è spesso “condizionato” a sfavore del contribuente. In altre parole l’Agenzia che ha emesso l’accertamento non può e non vuole rinunciare alla propria pretesa oltre un certo limite, anche se infondata.

Al fine di garantire l’imparzialità della procedura, dunque, andrebbe valutata l’opportunità di affidare ad un soggetto terzo la procedura di mediazione, come già accade per la mediazione civile.

Davvero priva di senso logico è invece la prevista possibilità di definizione agevolata delle liti fiscali (Articolo 11): si estendono alle liti fiscali le stesse modalità di definizione previste per i la rottamazione dei ruoli, con riduzione a tre del numero di rate.

Così come disciplinata, si pone nel nulla l’eventuale vittoria in primo e secondo grado chiedendo al contribuente, dietro sua rinuncia al giudizio, di versare tutte le imposte contestate senza sanzioni. Si fa con ciò rivivere l’atto di accertamento annullato sia dal giudice provinciale che da quello regionale, concedendo di non applicare le sanzioni che già non sono più dovute per effetto delle pronunce di accoglimento del ricorso. In sostanza si spinge il contribuente vittorioso in primo e secondo grado a chiudere la partita con il fisco accettando il pagamento delle imposte senza sanzioni evitando così il protrarsi del processo tributario.

Questo è il riassunto delle innovazioni fiscali contenute nel decreto legge che corregge i conti strampalati del governo. Come avete visto sono solo norme che cercano di fare cassa in modo subdolo esattamente come un ladro che svaligia gli appartamenti durante le ferie estive; guarda caso il decreto è stato emanato proprio tra un ponte e l’altro!

Sarebbe stato più onesto e giusto vedere un primo ministro andare in televisione e dire agli italiani: cari contribuenti, abbiamo bisogno di tanti, troppi miliardi di euro perché dobbiamo pagare le incapacità e lo follie dei vostri governanti. Vi chiediamo di pagare l’ennesima tassa, grazie e arrivederci. Chi sa come avrebbe reagito il popolo italiano…

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